ABF in Haiti: i progetti e i giorni della rivolta

Ogni missione programmata da ABF, in anticipo sulla fase esecutiva, fissa una serie di obiettivi. Non diversamente dal progetto di un artista che s’accinge a scolpire una forma o a dipingere un quadro, si tratta di un lavoro preliminare, indispensabile per focalizzare gli sforzi e per concretizzare al meglio i proponimenti.

Quelli che l’8 febbraio ci hanno portato a raggiungere Haiti erano, sostanzialmente, la condivisione del primo quinquennio di progetti ed i risultati raggiunti insieme al team locale Fondation St Luc, rispondendo alla reciproca occorrenza di fare il punto, per migliorarci sempre, per ottimizzare la collaborazione e per fissare nuovi obiettivi.

Una partnership che ha portato ad Haiti, in questi cinque anni, oltre 15 milioni di fondi erogati e ben diciannove progetti di empowerment realizzati… Grazie all’impegno comune, tante, tantissime persone ogni giorno ritrovano dignità e fiducia nel futuro. Dall’accesso all’educazione all’assistenza sanitaria, dai beni primari alla prevenzione, ci piace pensare che quello che abbiamo cercato di creare in questi primi anni di attività in Haiti sia, in sintesi, l’opportunità – per coloro che hanno beneficiato e beneficiano dei nostri progetti – di esprimersi al meglio del loro potenziale.

È con questo spirito che siamo atterrati a Port au Prince, con la volontà e la gioia di sederci intorno ad un tavolo, avendo modo di celebrare (insieme a tutti coloro che ogni lavorano sul campo, nelle scuole e comunità dove operiamo) i risultati raggiunti.

Nonostante fossimo stati informati delle agitazioni popolari che da settimane insistevano sul Paese, ventiquattrore dopo il nostro arrivo in Haiti lo scenario che ci si è presentato è stato purtroppo devastante: un’impennata di violenza, con strade interrotte da blocchi stradali improvvisati (ed il conseguente isolamento di quartieri o di intere comunità), dimostrazioni spontanee disordinate, assedi alle strutture pubbliche, incendi, aggressioni… La ragione aveva ceduto il passo all’impellenza del popolo, esasperato ed alla ricerca di una strada per sopravvivere alla pressione della crescente inflazione e di un continuo aumento dei prezzi (anche dei beni di prima necessità).

Tutto era chiuso, fermo, inagibile: le attività, le scuole, le vie di comunicazione, i mercati… Un’immobilità che costituiva lo scenario alla disperazione delle persone più vulnerabili, degli ultimi tra gli ultimi. Un clima di guerriglia, una situazione fuori controllo anche per la polizia locale, poiché quest’ultima non dispone dei mezzi necessari né è numericamente sufficiente, per gestire simili urgenze.

In questa situazione ci siamo spostati, nella capitale, tentando di dare il nostro contributo, sempre a bordo di ambulanze: tra i pochi mezzi che avevano buone possibilità di oltrepassare i varchi, con le sirene spiegate che sembravano quasi volersi unire alla voce esacerbata del popolo.

Il team locale, data la scarsità di accesso ai beni primari, aveva intanto deciso di incrementare l’attività del progetto “Water Truck”, portando carichi d’acqua supplementari, anche presso comunità fuori dall’abituale raggio d’azione. Il prezzo dell’acqua stessa, come quello del carburante, nel frattempo era arrivato alle stelle. Ma l’acqua è vita, è una priorità inderogabile, e nella vita confidiamo, fiduciosi.

Ripenso a quei giorni tormentati, emotivamente lunghi e difficili, nel corso dei quali abbiamo fatto i conti con la paura, ma anche con una volontà ed una responsabilità che hanno superato quei sentimenti che ci avrebbero spinto a prendere il primo aereo. Solo quando la situazione ha superato davvero la soglia, è per il medesimo senso di responsabilità che – seguendo il consiglio accorato dei nostri collaboratori locali – ci siamo decisi a lasciare l’isola.

Lo stato di guerriglia è continuato per alcuni giorni, dopo la nostra partenza, per poi allentarsi e cristallizzarsi, al momento, in una sorta di tregua.

Negli occhi, nel cuore, porto le immagini dei bambini che cercano acqua in ogni dove, i racconti di chi in ospedale li riceve, ma troppo tardi per essere salvati. Al contempo, con la stessa intensità, ricordo la forza ed il coraggio di un popolo che abbiamo imparato, nel tempo, ad accogliere, a rispettare, a sostenere. E con loro, il nostro partner locale Fondation St Luc, che 24 ore su 24 sta vegliando sui loro, sui nostri fratelli haitiani.

A firma del Direttore Generale Laura Biancalani

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